martedì 11 ottobre 2011

Intorno a Crono Silente di Grazia Calanna




Intorno a Crono Silente di Grazia Calanna
(Nota critica a cura di Dario Matteo Gargano)


(…) Apro il libro: Grazia Calanna e il suo crono silente, un tempo silenzioso. Un tempo del dire sottovoce, o centrifugo, verso il suono assente ma presente. Una poesia che ancora una volta serve da terapia, da valvola di sfogo, consolatoria, in quanto esemplifica l’ontologia dell’esserci verso un fatuo buio. Ma è apparenza? Trasuda una velata speranza, poco humour, ma una fede interna- che mi ricorda Meister Eckhart-, una illusa voglia di aspettarsi una salvezza chissà da quale Dio. Ma c’è però una rinuncia di presa di posizione forte dell’azione dell’uomo vista nella sua, di lei, esistenza. Attende il meglio. Quel meglio che non c’è, perché la sincronia è un fatto meccanico, o una coincidenza creata di proposito quando la si vuole insistentemente e compulsivamente. Si crea un palcoscenico universale dove l’attore cade verso la maschera dell’apollineo, il cristico e quindi il tragico. Come può esserci però una speranza dal tragico? Le poesie di Grazia Calanna sono brevi, laconiche a sottolineare la fretta del passaggio dell’esserci, del nostro respiro breve, circa 21 mila giorni complessivi, in media. La parola chiave è il silenzio, una necrosi della “fonia” o della stessa esistenza? Dico che non c’è un tempo assoluto, non c’è nessun tempo che possa riscattare l’esistenza. Ma la magia sta in questo mia dolce Grazia: giocare col “chronos”. E così lo porto avanti, ora indietro. Ora mi fingo in ritardo, ora mi illudo, ora mi disilludo, i ritmi circadiani si stagliano come orologio biologico interno. E un Dio rimane comunque assente. Anzi. No. Dio esiste. Solo che dorme sempiternamente. Nello spazio è sempre notte. E così c’è l’affanno di una estropia esterna, si richiede l’intervento, un intervento altrui, una mano, una stampella per raggiungere la felicità. Quella felicità che gioca a nascondino coi sensi del cogito andrico da per sempre. È una poesia tautogrammica continua (veglio-vegli-vegliardo...), una poesia che scorre inesorabilmente, ma pregnante, sì, pregnante di un vuoto significativo dal di lei punto di vista. Grazia è una Keats mancata, una scrittrice che piange, in quanto recupero sistematico di quella fanciullezza bambina. Piange nei suoi versi la mancanza di qualcosa, il vuoto. Che si fa recuperabile- o si potrebbe- solo uscendo dal pensiero sociale, dalle informazioni esterne che meditano complotti a chi si dubita inferiore, o a chi sconosce l’algoritmo per uscirne da tutto vincenti, tedofori stanchi ma estasiati. Esorto Grazia a seguitare la scrittura, l’espressione. Deve muoversi verso una miglioria dell’humour. Il miglior benessere deriva dalla solitudine costruttiva, da un dis-immedesimarsi, dal non pensarsi più come si era- o è- fatto attraverso quell’abitudine costrittiva. C’è tanta luce che alberga in lei. Una luce che potrebbe illuminare d’energia pulita quanto di inespresso v’è in questo migliore tra i mondi possibili.


Chioso.


DMG

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